La Catalogna sperimenta il Reddito di Base Incondizionato

reddito di base

Anche la Catalogna sperimenterà una forma di reddito di base incondizionato.

Ad annunciarlo è il presidente della regione autonoma, Pere Aragonès, popolata da circa 7 milioni di abitanti con capitale Barcellona.
Il progetto pilota prevede l’istituzione di un dipartimento regionale che controllerà gli sviluppi dell’azione e le sue evoluzioni fino al 2025.
L’iniziativa nasce a seguito di una serie di colloqui tenutisi a novembre del 2020 tra Aragonès, Sergio Reventòs responsabile dell’ufficio di controllo e Guy Standing Co-fondatore del BIEN.
La Catalogna è solo l’ultimo di una lunga lista di paesi che stanno sperimentando forme di reddito di base sganciate dalla prestazione lavorativa.
Negli ultimi anni una lunga lista di paesi ha già percorso questa strada, prima della Catalogna la California aveva dato il via ad una sperimentazione simile.

Tutto questo avviene in un momento storico particolare, l’implementazione dell’intelligenza artificiale sta riducendo sempre più la necessità di forza lavoro non altamente qualificata in molti settori; la nascita di nuovi spazi di comunicazione digitali, come il Metaverso di Zuckerberg, mettono sempre più al centro il tema dello sfruttamento non retribuito del nostro tempo libero e della nostra creatività all’interno del web collaborativo che arricchisce solo i Ceo delle grandi piattaforme.

La riduzione della settimana lavorativa, il salario minimo e il reddito di base incondizionato
sono vere urgenze all’interno delle trasformazioni del mercato del lavoro nel mondo contemporaneo.

Peccato che il dibattito in Italia invece sia pieno di fake news e attacchi continui ai percettori di RdC, dipinti spesso come furbetti in cerca di un facile assegno per poter passare la propria vita sul divano di casa senza far nulla.
L’opinione pubblica, sulla spinta di diversi partiti e della quasi totalità della stampa main stream, viene dirottata sulla dimensione scandalistica del fenomeno, concentrandosi su di un bassissima percentuali di “furbetti”, evitando di parlare dell’impatto che il RdC ha avuto sulla povertà nel nostro paese e come andrebbe implementato e migliorato.

Il muro da abbattere è davvero enorme. Soprattutto perché il pregiudizio si fonda sulla relazione tra misure di sostegno al reddito, creatività e produttività, dando per scontato che le ultime due si riducano con l’introduzione della prima.
Tutti gli studi sulle diverse forme di Reddito dimostrano, non c’è nessuna correlazione tra l’attivazione nella ricerca di un lavoro o l’inattività creativa e il percepire una forma di ammortizzatore sociale, anche se questo fosse universale.
Quello che invece è sicuramente correlato è l’aumento del rifiuto di salari poco dignitosi con l’introduzione di forme di sostegno al reddito.

Insomma come al solito mentre il saggio indica la luna lo stolto si concentra sul dito.

Questi esempi internazionali possono però aiutare a sdoganare certi argomenti non restando schiacciati solo sulle posizioni di Confindustria and co. Che invece di guardare al futuro e discutere sulla tenuta di una società in cui i woorking poor sono sempre di più, intere generazioni non vedranno uno straccio di pensione, vorrebbe ritornare ad un passato dove chi è povero non ha nessuna altra scelta se non lo sfruttamento o a volte neanche quello.

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