Cosa succede se la stragrande maggioranza dei cittadini è contro le decisioni del governo?
 
Gli ultimi sondaggi dicono che 7 italiani su 10 sono contrari alla guerra in Ucraina, la maggioranza del paese è contro l’invio delle armi e per la via diplomatica.
Invece il parlamento ha votato quasi all’unanimità, solo pochi coraggiosi hanno votato contro, l’invio di armi e provano a convincere l’opinione pubblico su quanto sia giusto aumentare le spese militari (in due anni o in otto fa poca differenza).
Quello che mi chiedo ma i parlamentari non sono li per rappresentare il popolo? Da quando è passata l’idea che sono lo strumento di difesa della scelta dei governi?
Dovrebbero discutere pubblicamente su queste posizioni, rappresentare al governo che il paese la pensa diversamente, anche una sola parte.
Non ratificare e applaudire come scimmie ammaestrate.
 
La frattura è profonda, sulla guerra questo governo opera senza il consenso del paese, allora cosa possiamo fare?
Dovremmo manifestare, utilizzare lo sciopero che è lo strumento costituzionale per far sentire il proprio dissenso e in ultima istanza avendo le elezioni a pochi mesi, non votare per questa gente.
 
Come dice Canfora, bisogna mettere fine alla democrazia dei signori. Alla nuova oligarchia in salsa italiana che ha spinto il paese verso l’astensione e la distanza dalla politica per consentire ai gruppi di interesse di fare il proprio gioco senza essere disturbati.
 

 
 
 
Anche io ho visto Don’t Look Up.
Al di là del cast eccezionale, Di Caprio riesce a interpretare con maestria qualsiasi ruolo, l’idea di trattare un argomento cosi complesso e attuale ( l’estinzione o l’autoestinzione del genere umano) con leggerezza e un leggero tocco di satira, mi è piaciuto.
 
[ATTENZIONE POSSIBILE SPOILER]
 
Ho letto decine di commenti entusiasti sul film, anche un pò eccessivi a mio avviso, è un buon film ma non lo esalterei, sicuramente va visto.
Molti commenti leggevano il film come una presa per il culo dell’universo No Vax.
E’ evidente che ci sia una linea critica satirica che mette a nudo al stupidità del fenomeno cospirazionista molto caro al QAnon, però sostanzialmente Don’t look up andrebbe soprattutto  contestualizzato nel panorama USA dell’era Trump.
 
A mio avviso è soprattutto una feroce critica anticapitalista, guai a confonderlo con l’esaltazione degli ultras si vax da un lato o peggio come un manifesto antigovernativo in chiave no vax dall’altro,  come qualcuno sta cercando di fare in queste ore in Italia, sviluppando quel circo di tifoserie che lo stesso film cerca di ridicolizzare.
 
Il potere politico viene costantemente reso grottesco e per nulla capace di creare complotti, Meryl Streep è l’incarnazione del trumpismo, della politica che insegue costantemente il consenso che non riesce più riprodurre.
Screditata da mediocrità e scandali è disposta a mettere a rischio l’intero genere umano pure di garantire la propria permanenza alla Casa Bianca.
Come dice perfettamente Jessica Lawrence, nei panni della dottoranda che ha scoperto la cometa: “Non sono così intelligenti da essere malvagi come credete”

 
La scienza non è per nulla esaltata o vista come la risoluzione di male.
Chi scopre la cometa è una dottoranda che verrà poi bollata come pazza e marxista, mentre i più grandi scienziati verranno assoldati dalla multinazionale Bash, restando in silenzio fino all’ultimo minuto.
 
La comunicazione main stream, unico soggetto a poter decidere quali siano le priorità e le ansie della gente, quando il professore ( Di Caprio) parla per la prima volta in Tv, lo sminuisce trasformandolo in un fenomeno folkoristico buono solo per i meme o per i talk pomeridiani. L’attenzione vera scatta solo nel momento in cui conviene alla Presidente avere un argomento per distrarre l’opinione pubblica dai suoi scandali personali in vista delle elezioni di middle-term.
 
Chi comanda davvero non è la politica o il governo, chi muove i fili fino all’ultimo istante è Peter Isherwell della Bash company, mix tra Elon Musk, Steve Jobs, Bezos and Zuckerberg.
La sua risposta indignata all’affermazione di Di Caprio che lo definisce come “uomo d’affari” rappresenta la follia a cui oggi siamo arrivati nel confondere interessi delle multinazionali, il marketing dei loro prodotti, come stili di vita o modelli da seguire in etica new age ormai già passata di moda da un bel pezzo.
Personaggi esaltati a semi-Dei scesi in terra per condurci tutti in Metaverso dove la felicità si ottiene con una fotocamera 128px, un logo esclusivo o l’abbonamento prime.
 
La preghiera finale del Segretario di Stato americano, che prega per gli oggetti che potrebbero sparire (la roba come direbbe Pirandello)  invece di pregare per le persone care, è l’immagine di una società, in particolare quella USA/Occidentale che ha glorificato e santificato la proprietà privata e il consumismo, mettendo in secondo piano la felicità e le relazioni tra esseri umani.
 
Insomma un film simpatico e tragico allo stesso tempo, per nulla fantascientifico che aveva come obiettivo quello di far aprire gli occhi sul cambiamento climatico e le conseguenze, alle quali siamo esposti ogni giorno di più
Un interessante termometro della società americana nella quale anche intellettuali, registi, attori e personaggi dello show business cominciano ad interrogarsi sull’insostenibilità del modello capitalista e su un suo sempre più necessario superamento.
 
Insomma nulla a che vedere con la lotta tra Si-Vax e No-Vax o l’esaltazione dei vari Burioni, Galli e Bassetti o al contrario di qualche folle seguace di ByoBlu.


Ne tanto meno un’assolutoria critica al genere umano e ai suoi vizi, come spesso noi occidentali siamo soliti fare, il problema è tutto in casa nostra. Tant’è che fino all’ultimo minuto Meryl Streep rifiuterà di sedersi con le altre nazioni, per non mettere a rischio gli interessi della Bash.

Se proprio si vuole trarre qualcosa di pedagogico, si può cogliere l’esortazione a guardare verso l’alto (Look Up): verso le gerarchie sociali della nostra civiltà, verso un potere che non vuole essere mai messo in discussione e una democrazia che vede le sue funzioni orami ridotte e mero servizio degli interessi di pochi uomini e donne che hanno nelle proprie mani la maggior parte della ricchezza. Tutto si può sacrificare, la salute, la felicità, l’ambiente che ci circonda, in nome del profitto di pochi.
L’unica cosa che questi signori vogliono socializzare sono le conseguenze dei loro fallimenti anche se queste conseguenze porteranno a danni catastrofici… tanto loro avranno sempre un piano B al quale aggrapparsi.
P.s.
Se pensate che Don’t Look Up sia troppo catastrofista e poco realista, vi invito ad approfondire l’equazione di Drake sulla breve durata delle civiltà

Che fine ha fatto il lavoro in Campania?

Da queste parti si sa l’occupazione non è mai stato un “prodotto tipico”. La Campania, cosi come il Mezzogiorno tutto, storicamente sono al centro dell’incapacità di mettere in campo politiche pubbliche che riducano i tassi disoccupazione. Cambiano i colori delle giunte Regionali o i Ministri del Lavoro ma la musica non cambia.

Fino a pochi anni fa i temi del lavoro e dell’occupazione erano costantemente al centro delle attenzioni di stampa e politica nazionale e locale.
Negli ultimi 5 anni l’atteggiamento però è profondamente cambiato. Probabilmente la politica al tempo dei social, per non affrontare temi su quali non riesce a dare risposte, evita man mano di parlarne.

Intanto i numeri sono sempre più preoccupanti, secondo l’Istat nella sola provincia di Napoli il tasso di disoccupazione è passato dal 17% del 2011 al 21,5% del 2020.
Ai numeri del 2020/2021 va però aggiunta una piccola riflessione: senza il blocco dei licenziamenti avremmo avuto cifre molto più preoccupanti.

dati disoccupazione campania

Ai dati sulla disoccupazione vanno affiancati quelli sull’emigrazione, tra il 2011 e il 2019 l’ultimo censimento ISTAT ha rilevato circa 55 mila residenti in meno in Regione Campania.

Nel giro di un decennio sono andate via senza più tornare tante persone quante ne potrebbe contenere lo Stadio Maradona durante una partita di cartello.

Questi numeri dovrebbero lasciare immaginare che in Campania il lavoro sia una priorità, in cima all’agenda politica di partiti e istituzioni, in particolare da parte della Regione Campania visto che ha la competenza sulle politiche attive.
Purtroppo non è cosi.

Vincenzo De Luca sembra poco interessato dalle questioni del lavoro, tranne quando non si trasformano in grandi spot elettorali.
Si sa più del 60% dei bilanci regionali è fatto da voci che riguardano la sanità. Sia il consenso che i grossi affari, specialmente in un periodo di pandemia come quello che stiamo vivendo, ruotano attorno a questo settore.
Basta guardare alle ultime inchieste della magistratura napoletana, tra le mani della camorra sugli appalti dell’Asl Napoli 1 o i presunti rimborsi non dovuti per i posti letto nelle strutture private  durante la pandemia, per capire come politica, imprenditoria e malavita concentrino tutte le loro energie nella stessa direzione.

Intanto le crisi aziendali non mancano (vedi Whirpool) e le risorse che arrivano dall’Europa per i percorsi di ricollocamento lavorativo e la formazione però non sono certo poche.
Solo tra il 2014 e il 2020 la Regione ha avuto a disposizione circa 160 milioni di euro, provenienti dal FSE da destinare per il sostegno all’occupazione e alla lotta alla disoccupazione.

I risultati? Sono sotto gli occhi di tutti.

Qui non c’è bisogno di scomodare l’ISTAT o lo Svimez per comprendere la totale assenza di visione e il fallimento in cui siamo intrappolati, basta passare qualche ora sul web, mettendosi nei panni di un cittadino campano che cerca lavoro.

Sul sito della Regione non c’è traccia di informazioni utili o link che supportino le persone nella ricerca di una collocazione lavorativa, se si naviga un po’ di insistenza in più ci si può imbattere nella pagina del FSE, dove sono stati pubblicati tutti i percorsi formativi e di ricollocamento messi in campo dalla Regione Campania, tutti fermi all’inizio del 2020.
Insomma sembra quasi che il sito esista perché l’UE impone che ci sia uno spazio web per la trasparenza ma che nella sostanza finito il tesoretto che arriva da Bruxelles a nessuno importi nulla delle politiche per il lavoro.

Tanto è che in Regione sono state accorpate le deleghe sulle attività produttive a quelle per il lavoro, con evidente sacrificio di queste ultime.

Ritornando però alle pagine Web regionali, rispetto ai risultati raggiunti dal utilizzo di questi fondi non c’è minimamente traccia, se provate a cliccare su “Monitoraggio Garanzia GG” si apre una pagina Error – 404.

Spostandosi sul sito di Click lavoro, portale ufficiale dei centri per l’impiego campani, lo scenario è più o meno lo stesso, la sola differenza è che le uniche offerte di lavoro che riuscite a trovare sono quelle legate a Garanzia Giovani. Il massimo dell’offerta “lavorativa” consiste in tirocini pagati circa 500 euro al mese per giovani neet tra i 18 e i 29 anni.
Peccato che in Campania la fascia più alta di disoccupati sia quella degli over 50 con una bassa scolarizzazione.

De Luca nella sua battaglia contro i navigator, è riuscito nel suo intento di non farli mai entrare nei centri per l’impiego. Probabilmente il Presidente voleva avere il monopolio delle assunzioni pubbliche, viste le condizioni nelle quali sono ridotti i centri per l’impiego, risulta difficile credere che alcune centinaia di giovani formati proprio su queste materie specifiche non fossero utili ai cittadini campani.

Insomma peggio, ma molto peggio delle offerte di lavoro che potreste rimediare su siti come Subito, Indeed ecc. ecc.

A questo punto ad un senza lavoro non resta che rivolgersi a qualche agenzia privata per il lavoro o se le cose dovessero andare peggio, emigrare.

Viene quasi il sospetto che alla fine l’obiettivo si proprio quello di consolidare il ruolo della gestione privata nell’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro…

Alla luce di questa situazione però una domanda sorge spontanea: che fine fanno le risorse campane per il lavoro?

In questo scenario gli unici beneficiari di queste risorse sembrano essere gli enti di formazione accreditati con la Regione.
Per questi soggetti i disoccupati campani rappresentano un obolo da accaparrarsi offrendo corsi di formazione a titolo gratuito o stage e tirocini presso aziende private.
E’ facile pensare che se il business si fonda sulla disponibilità di circa 300.000 persone al ricollocamento lavorativo o formativo, perché un’ente di formazione dovrebbe avere l’interessa a far ottenere un posto di lavoro, con un contratto stabile, ad un disoccupato? Sembra essere molto più convenite caricare e scaricare quello stesso disoccupato anche 4-5 volte durante tutta la durata del ciclo di finanziamento europeo, intascando ogni volta la commessa da parte della Regione.
Ovviamente dovrebbe essere l’istituzione regionale a vigilare e valutare quanto siano efficaci i percorsi offerti dagli enti di formazione, soprattutto fornire dati pubblici sul numero di contratti di lavoro attivati grazie alle risorse della comunità europea.
Tutto ciò non solo non avviene ma negli ultimi anni la politica ha sviluppato un rapporto sempre più stretto con alcuni enti di formazione, veri e propri bacini di consenso e voti.

Insomma un enorme spreco di denaro pubblico sotto gli occhi dell’opinione pubblica, distratta dalla paura di un virus che dopo i polmoni inizia ad annebbiare la vista e mettere in pericolo anche il minimo esercizio democratico.

Ogni centesimo speso in questo modo, ogni clientela che si crea dalla mala gestione delle risorse pubbliche è uno schiaffo alle migliaia di giovani della nostra regione che per anni sono costretti a subire le umiliazioni della precarietà e della disoccupazione, arrivando ad emigrare per ritrovare un minimo di dignità.

Quanto tempo ancora dovremmo aspettare perché una nuova generazione metta fine a tutto questo?

L’inchiesta legata alla fondazione Open che ha visto coinvolto l’attuale senatore Matteo Renzi, all’epoca dei fatti primo ministro, è solo l’ultima di una lunga serie che ha visto la politica intrecciare le proprie strategie con i social media e da essi estrapolati.
Cambrige Analytica aveva aperto il vaso di pandora, in ogni elezione dal 2012 ad oggi c’è traccia di tentativi di manipolazione dell’opinione pubblica attraverso l’uso dei dati raccolti attraverso i social.
Le inchieste sulla bestia di Matteo Salvini e le frequentazioni con il gruppo di Bannon, recentemente incriminato per le vicende legate all’assalto di Capitol Hill,  però non sono servite a sensibilizzare l’opinione pubblica attorno al tema del rapporto tra la politica e l’utilizzo dei nostri dati da parte dei social media. Tutte le forze politiche hanno preferito inseguire Salvini, clonando la sua bestia, piuttosto che combattere quel modo di fare.

Ciò che inquieta maggiormente della vicenda Open/Renzi, allo stesso tempo però fornisce una dose di enorme realismo, è da un lato l’enorme investimento delle agenzie di intelligence di molti paesi occidentali sulla manipolazione dei dati, dall’altro il cospicuo quantitativo di risorse messe sul piatto per ottenere quelle informazioni.
Una società di intelligence Israeliana sarebbe la fornitrice del software  di tracciamento (Voyager analitics) utilizzato dal gruppo di Renzi, che avrebbe investito più di 900.000 euro nel giro di soli 2 anni.
Questo dovrebbe far capire quanto la libertà dei cittadini e delle cittadine di questo paese sia in pericolo, quanto la democrazia sia ormai resa inoffensiva dalla capacità tecnica di chi utilizza certi strumenti e che al tempo stesso dispone di enormi risorse per drogare l’informazione e il dibattito pubblico. Soprattutto ci dovrebbe mettere di fronte al fatto compiuto che allo stato attuale solo chi ha disposizione enormi capitali da investire per l’acquisto e la gestione di alcuni software ha la possibilità di diffondere il proprio messaggio politico, sia esso eticamente corretto o meno.
In questi 20 anni, mentre i media cambiavano il volto della nostra società con una velocità mai vista prima nella storia dell’umanità, la politica e le istituzioni europee si dimostrate totalmente incapaci di fornire degli strumenti che arginassero lo strapotere di privati e capitali.

Qualcuno ad una prima lettura potrebbe obiettare che tuttavia l’obiettivo di far passare il Si al referendum costituzionale da parte di Renzi sia fallito e che la maggior parte delle paure espresse in questo articolo siano infondate.
Si è vero, il referendum costituzionale sembrava aver sancito una sonora sconfitta per l’ex sindaco di Firenze la storia l’avesse destinandolo ad un lento oblio.
Oggi, nel 2021 ,sappiamo che non è cosi.

Le teorie sui media che immaginavano la manipolazione dell’opinione pubblica in una sola campagna elettorale sono abortite e superate dagli anni ’50.
Tutti gli studi successivi concordano che solo una lunga esposizione ad un determinato messaggio genera davvero un cambiamento nelle convinzioni di chi vi è esposto.

Una delle frasi che più mi ha colpito, estratta dalle intercettazioni di Carrai, è quella in cui cerca di far comprendere a Renzi che non è possibile travasare i voti del Movimento 5 Stelle al Partito Democratico, non funziona cosi e non è quello l’obiettivo da perseguire.
Quello che si può fare è indebolire le convinzioni dell’avversario politico, aumentando l’astensionismo e contemporaneamente rafforzare le armi della propria narrazione politica in modo da poter contare sulla compattezza delle “tue truppe”.
Insomma mantieni la posizione e getta lo scompiglio tra le fila nemiche, otterrai un grande risultato.

E’ curioso come le forze di centro/moderate nelle ultime tornate elettorali, dopo il 2018, abbiano visto un’affermazione delle loro compagini praticamente ovunque, anche come nel caso di Mastella a Benevento.  Sono state determinanti, cosi come lo è stata l’astensione, non solo quando correvano contro il M5s ma addirittura contro lo stesso PD.

mastella mattarella de luca

E’ interessante notare come il partito che abbia raggiunto i maggiori “consensi” sia per l’appunto quello dell’astensione che mai come in questa fase sta dando grandi soddisfazioni alle intuizioni di Carrai.
Quindi sarei più cauto nel tirare le somme rispetto ai risultati degli investimenti sulla comunicazione di questi lobby politiche.

Sarò retrò e sicuramente fuori moda ma ci sarebbe una seria necessità di ritornare ad una riflessione sul finanziamento pubblico dei partiti politici.
La fine della prima Repubblica è coincisa con la fine di quella modalità di funzionamento della politica, aprendo ad uno scenario peggiorativo per il funzionamento della nostra democrazia.

Non solo la corruzione e il nepotismo non assolutamente scomparsi ma oggi ci troviamo in una condizione per la quale solo i soggetti che hanno la capacità di trasformarsi in terminali degli interessi di grandi gruppi privati, hanno la possibilità economica di investire sulla politica.  Quest’ultima ormai intesa come un vero e proprio business non diverso da altri tipi di investimenti privati.

L’inchiesta di Salerno, nella quale è coinvolto il presidente della Regione Campania De Luca, è un altro fulgido esempio di come il finanziamento alla campagna elettorale del politico di turno, l’acquisizione delle tessere “per conto di” , siano azioni ormai date per scontate, prassi per le imprese che intendono lavorare con gli appalti pubblici. Con buona pace di chi pensava che il problema della corruzione fosse una conseguenza del finanziamento pubblico ai partiti e non una malattia endemica del nostro sistema economico.


In questi giorni sulla stampa cittadina si è molto discusso della condizione finanziaria del Comune di Napoli.
All’improvviso Sindaco in testa, seguito dai partiti che fino a ieri volevano il dissesto a tutti costi, passando per i giornali cittadini hanno scoperto l’acqua calda.

Il Comune di Napoli con la procedura di predissento (2013), rispettando tutte le regole imposte dal Ministero delle Finanze e dai vari Ministri che vi sono succeduti (alcuni in particolare partecipati anche dall’attuale Assessore al Bilancio in qualità di sottosegretario), non è riuscito a uscire dall’enorme indebitamento prodotto negli anni pre Luigi de Magistris.

Mentre Gaetano Manfredi trasformava i suoi comunicati nei copia e incolla dei comunicati del sindaco precedente, venendo meno a tutte le favole ascoltate in campagna elettorale.
Da Roma sono arrivate le risposte, quelle vere.

Solo qualche giorno fa è stato presentato il DDL Concorrenza, voi penserete cosa c’entra la concorrenza con gli enti locali?
Ci sono privilegi storici che dovrebbero essere affrontati da più anni, come le concessioni degli stabilimenti balneari, che ogni anno rappresentano milioni e milioni di euro di mancate entrate per le casse dello Stato.

Invece no. I proprietari dei lidi possono stare tranquilli per altri anni, se avete un pò di pazienza per leggerlo troverete all’articolo 6 “Servizi pubblici locali e trasporti” 
Non solo lo Stato ancora una volta depotenzia la funzione degli enti locali, “togliendone anche il ruolo di garanzia dei diritti svolto storicamente dai servizi pubblici locali, il ddl Concorrenza (par. a) pone la gestione dei servizi pubblici locali come competenza esclusiva dello Stato da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza. E ne separa (par. b) le funzioni di gestione da quelle di controllo.” come segnalato in un ottimo articolo sul Il Manifesto di qualche giorno fa. 

Dopo 30 anni di privatizzazioni fallite e risultati pessimi nella gestione dei servizi pubblici al cittadino, il “governo dei migliori” non riesce a fare di meglio che vendere tutto ai migliori offerenti.

Il DDL quasi impone la vendita, i comuni che non metteranno sul mercato i servizi pubblici, dovranno più volte giustificare la propria scelta dimostrando la mancanza di perdite. Quando sarebbe normale il contrario, cioè che i privati giustificassero la qualità e la copertura del servizio offerto, non solo in termini di costi.
Siamo di fronte alla follia, equiparare i servizi pubblici ad un qualsiasi bene di consumo.

Purtroppo era chiaro che Asia, Abc e Anm sarebbero diventate la cassaforte da cui attingere per risollevare i conti del Comune.
Solo Asia ha un contratto di gestione che vale circa 18 miliardi di euro, l’occasione è ghiotta per i vecchi lupi che da dieci anni aspettano il momento di mettere di nuovo la mani sulla città.

Non me ne voglia Manfredi ma un cambio di passo, all’interno di quelle forze di governo, era impossibile e non ci voleva la zingara per indovinare.

Le mancate relazioni nazionali di De Magistris sono state lo specchietto per le allodole:
1- perchè l’ex sindaco ha più volte strappato risorse e vinto battaglie, soprattutto nelle interlocuzioni nazionali.
2- perchè lo strangolamento dei comuni meridionali non è cominciato con De Magistris, altri comuni più “legati” ai partiti nazionali non hanno avuto migliore sorte.
Due esempi su tutti: Palermo e Catania.
Basterebbe però farsi un giro nelle enorme provincia di Napoli per capire che non si tratta di “capacità di relazione” ma di scelte politiche precise.

Chi conosce la politica sa bene che il grande Partito Unico del Nord non accetterà mai di dare a Napoli 1 miliardo di euro per farla rialzare, il secondo dopo ci sarebbe la sollevazione dei Comuni del centro-nord ancora non sazi del federalismo fiscale e dell’attribuzione della spesa pubblica attraverso i costi standard.


Si sa i voti del Nord sono il doppio rispetto a quelli delle regioni meridionali e al governo dei migliori si fa presto a sostituire la RealPolitik delle segreterie di partito, meglio se aiutate anche dagli amici di Confindustria ad addivenire a più miti consigli.

Quindi si aprà l’asta e avanti con le offerte…